Mai avrei pensato, quel giorno di primavera del 1995, che per ottenere il tanto agognato posto di lavoro avrei dovuto aspettare un tempo spropositatamente lungo e passare in mezzo a mille difficoltà. Era il giorno della mia laurea, presa tra l’altro con non pochi problemi, come molti di voi possono ben immaginare.
Il fotografo, subito dopo la discussione della tesi, si rivolse a me chiamandomi “dottore”. Il titolo – sentito per la prima volta rivolto proprio a me – mi riempì d’orgoglio e la convinzione che da lì a poco avrei potuto finalmente diventare anche io un contribuente come tutti mi rese appagato e raggiante. “Ho finalmente il mio bel pezzetto di carta” – pensavo – “inviamo qualche curriculum in giro, vuoi che qualche grande azienda non mi chiami?” Inoltre mia madre era alla soglia della pensione e, a sua dire, c’erano per me concrete possibilità per un’assunzione nel prestigioso istituto di credito dove aveva lavorato negli ultimi trent’anni. La mia laurea in Scienze Politiche già all’epoca non era più un granché richiesta (in quel periodo andavamo molto gli informatici) però sul posto in banca ci contavo parecchio! “È solo questione di qualche mese, poi sicuramente ti assumeranno” – continuava sicura – “Stai tranquillo!!!”.
Solo il Padreterno sa quanto si sbagliava!
Una percezione di quello che sarebbe stato da lì a poco l’atteggiamento che il mondo del lavoro avrebbe avuto nei miei confronti, l’ho avuta dopo breve tempo: un giorno mi contatta l’ufficio Risorse Umane della Fiat: la signorina al telefono voleva parlare con il dott. Paolo Vidili per un colloquio!!! L’emozione per questa cosa, ricordo, è stata molto forte e purtroppo prese il sopravvento. Nel sentire le mie difficoltà nel confermare la mia disponibilità, la signorina gentilmente mi interruppe e mise il telefono in attesa con un bella musichetta. Il battito del cuore mi andò a mille perché non era necessario essere persone tanto perspicaci per immaginare il peggio! La conferma mi arrivò qualche secondo più tardi: il tono della signorina si era fatto più sbrigativo che gentile e mi liquidò con un “Mi scusi, non era lei che dovevo contattare. Buona giornata”.
Non ci potevo credere, eppure era capitato! Essendo già da alcuni anni in contatto con la nostra Associazione e avendovi anche avuto un ruolo attivo per certi progetti, ero già a conoscenza di alcuni episodi di discriminazione ma forse inconsciamente pensavo, nonostante tutto, di esserne per chissà quale ragione immune.
Anche in questo caso, solo il Padreterno sa quanto mi sbagliavo, poiché era solo l’inizio!
Feci altri colloqui – tutti con esito negativo – ma nel frattempo era già passato un anno e non era più mia intenzione aspettare la chiamata della banca che continuava a non arrivare. Finalmente, tramite una conoscenza – anche perché sono ancora oggi convinto che senza non avrei sicuramente potuto – riuscii a trovare una piccola occupazione in uno studio notarile. Le condizioni non erano sicuramente delle migliori: niente regolare assunzione, niente mutua, niente vacanze. Ero diventato uno dei cosiddetti “co.co.co”, termine che per un balbuziente suona forse come una qualifica ironica e beffarda! “Meglio che stare a casa” – pensai – “qualcosa si muoverà, qualcosa dovrà pur cambiare!!!”. Considerai questa cosa come la naturale gavetta che tutti debbono fare prima del vero e proprio posto di lavoro, prima della vera occupazione della tua vita! Oltretutto, per le mansioni che avevo e sulle quali non mi dilungo, avevo modo di essere a contatto proprio con tante banche. L’idea del posto fisso e sicuro non mi aveva mai abbandonato e nella mia immaginazione la banca era rimasto l’obbiettivo a cui puntare!
Passò altro tempo, altri cinque anni di insuccessi, fallimenti e – perché no? – anche frustrazioni. Continuando sempre a lavorare, feci parecchi concorsi nella pubblica amministrazione però, si sa, tanti candidati per pochissimi posti… Ricordo che un giorno andai a prendere nel comune di Pecetto Torinese il bando di concorso per un posto da vigile urbano (ormai qualsiasi cosa mi sarebbe andata bene!). In questo bando, lessi l’elenco delle caratteristiche che costituivano inidoneità alla mansione e, con mio sommo stupore, tra le tante (alcolismo, tossicodipendenza, depressione, etc..) c’era anche la fatale parola: “balbuzie”.
Ancora una volta non ci volevo credere!!! Ma come poteva essere possibile?!
Dalle mie reminiscenze di diritto pensai a un “buco” legislativo. In Italia infatti non esiste a tutt’oggi una legge “ad hoc” che tuteli in modo certo e preciso la persona che balbetta. A dire il vero, non sempre nei concorsi pubblici il balbuziente viene classificato come non idoneo al posto di lavoro, però, quando questo capita, è il caso di dire che lo Stato esercita un vero e proprio abuso. Non essendo di norma appartenente alle categorie protette, il balbuziente non ha diritto a una alternativa per i concorsi dai quali è escluso e questo secondo me non è giusto. Dopo altri colloqui e relative aspettative disattese, lo sconforto e la disillusione mi fece toccare l’idea di tentare la via dell’inabilità e, seppur con un pizzico di reticenza e di scoramento ricordando le mie vecchie idee e propositi, decisi di documentarmi in modo più approfondito. Trovai una legge del 1999 (il numero sinceramente non lo ricordo più) che considerava come “diversamente abile” la persona con difficoltà nelle relazioni sociali. Per il mio problema poteva essere un po’ una forzatura, però pensai che valeva la pena tentare.
L’iter burocratico è molto semplice: è sufficiente compilare il modulo di richiesta presso l’ASL di appartenenza, allegando tutta la documentazione di cui si è in possesso. Nel giro di breve tempo arriverà la convocazione presso la commissione che avrà il compito di valutare il richiedente. È iscrivibile alle liste protette, con le tutele che ne conseguono (agevolazioni per l’assunzione presso privati oppure nei concorsi pubblici, etc…) la persona che raggiunge il 46% di inabilità. Il fatto di ottenere un punteggio inferiore al limite minimo per l’iscrizione alle categorie protette non comporta assolutamente nulla, vale a dire non produce nessun certificato che possa compromettere un’eventuale assunzione o danneggiare “socialmente” l’interessato.
Nel mio caso, il grado che mi è stato riconosciuto è stato del 48% poiché alla difficoltà di espressione si sommavano anche alcuni lievi problemi di ordine ortopedico. Ottenuto il certificato e con questo certificato, dopo un anno sono stato assunto come impiegato presso un’azienda metalmeccanica, dapprima con mansioni semplici, poi via via più complesse e di responsabilità. Oggi, dopo sei anni, posso dire di essere abbastanza soddisfatto del mio lavoro anche se non esprime appieno le mie aspirazioni e non è forse proprio attinente ai miei studi passati.
Posto il fatto che in generale sono molto riluttante nel dare consigli, se mai qualcuno, che abbia avuto difficoltà pari alle mie, mi chiedesse un suggerimento direi che provare non richiede nessuno sforzo se non il mettere da parte il proprio orgoglio, tra l’altro tante volte calpestato in decine e decine di altre occasioni.
Paolo Vidili, Torino, 2010